La genitorialità e le sue funzioni nel percorso di mediazione familiare

In questo articolo vorrei esaminare come possano
essere compromesse le funzioni
genitoriali in una situazione di separazione e, soprattutto, in un percorso di
mediazione familiare e come sia possibile utilizzarle come risorsa nel percorso
stesso, attraverso una diversa gestione del conflitto.
Brevi cenni storici e giuridici
Con la legge
n. 151/1975 viene modificato l’art. 316 del Codice Civile e, per la prima
volta, viene abolita quella che era definita la patria potestà e sostituita dal
termine di potestà genitoriale. Questo
cambiamento, inserito in una riforma che rappresenta, per il diritto di
famiglia, una vera e propria rivoluzione copernicana, esprime il superamento di
una prospettiva patriarcale, mutuata dal diritto romano. Nel diritto romano,
infatti, il
pater familias , figura
maschile non più soggetta alla potestà paterna, era il capo indiscusso di
tutta la famiglia e deteneva il potere su tutti i suoi membri , anche non
consanguinei. Rispetto ai figli esercitava la
patria potestas e, rispetto alla moglie, la
manus maritalis ,che equiparava la donna ad una
filia , su cui il marito esercitava potere giuridico e patrimoniale. Il potere esercitato dal
pater familias era tale, da
poter decidere sulla vita e la morte dei membri della famiglia, che comprendeva
anche gli schiavi.
Con la
riforma del 1975, quindi, si stabilisce una parità giuridica tra i coniugi , che va anche a stabilire l’esercizio,
svolto di comune accordo, di proteggere, educare e curare gli interessi dei
figli, con l’obiettivo principale di tenere conto dei loro bisogni e del loro
interesse primario.
Tuttavia, la
strada da percorrere, prima di approdare
all’ affermazione di genitorialità che
esulasse dal residuo concetto di potere (
potestas),
è stata molto lunga.
Si pensi , ad
esempio, che soltanto nel 1963, con una sentenza della Corte di Cassazione,
veniva delegittimato lo
ius corrigendi
( diritto di correzione) , concetto giuridico consuetudinario ( quindi non
disciplinato da una vera e propria legge)
che legittimava l’utilizzo, da parte del capo famiglia, anche della
forza fisica a fini educativi e disciplinari. Punizioni corporali che potevano essere
inflitte, sia alla moglie, sia ai figli.
Fu nel 1988,
con la legge n.154 che, finalmente il concetto di potestà viene eliminato dal
nostro ordinamento giuridico e sostituito da quello di
responsabilità genitoriale,
ovvero l’insieme dei diritti e dei doveri- da parte di entrambi i genitori i genitori- nei
confronti dei figli e le competenze genitoriali di educazione, cura ed
assistenza morale nei loro confronti,
tenendo conto delle loro aspirazioni e capacità.
Quindi, con questa svolta legislativa, si attua finalmente il passaggio
da una funzione di controllo ad una funzione genitoriale orientata sul
benessere dei figli.
Nel 1999 la
Convenzione dell’ONU sui diritti dell’infanzia ed adolescenza sancirà il riconoscimento ,di
tutti gli individui sotto i diciotto anni , come soggetti titolari di diritti,
introducendo anche il concetto di
“supremo
interesse del minore”.
La genitorialità : competenze e funzioni

La
genitorialità, quindi, può essere definita come un insieme complesso di
comportamenti che implicano la cura ed il sostegno educativo/affettivo nei
confronti dei propri figli, a prescindere dalla procreazione biologica. Questo
sistema di cura si esprime in una relazione genitori figli non più basata sul
controllo e la correzione, come avveniva un tempo, ma sulla responsabilità di esercitare
competenze e funzioni, che possano rispondere, in maniera sufficientemente
adeguata , ai bisogni dei figli.
La coppia,
prima di diventare coppia genitoriale, è fondata su un sistema di cura basato
sulla reciprocità : “io mi prendo cura di te, come tu ti prendi cura di me”
. Con il passaggio a coppia genitoriale, la cura, nei confronti del
figlio, diventa unidirezionale, ovvero basata sul principio : ” noi ci prendiamo cura di te, a
prescindere”. Non solo, ma la relazione genitori figli, e quindi la funzione
genitoriale, deve essere adattiva, ovvero adeguarsi in maniera flessibile a tutte le fasi di
sviluppo dei figli, modificando le risposte ai loro bisogni in base alla fase
che questi stanno attraversando ( per
esempio i genitori di un figlio adolescente dovranno rimodulare sia gli
approcci, sia le regole familiari, in base alla nuova condizione).
Quindi, in
sintesi, la genitorialità si esplica con una relazione di cura unidirezionale (
l’adulto si prende cura del bambino e non viceversa) , adattiva e flessibile,
in base alle fasi di evoluzione dei bisogni dei figli.
In questa
prospettiva, la genitorialità è caratterizzata, innanzi tutto, da specifiche
competenze, che descrivono la modalità con la quale i genitori assolvono alle
loro funzioni genitoriale.
Le aree di competenza genitoriale sono
quattro:
Accoglimento
e comprensione dei bisogni primari dei
figli ( fisici ed alimentari)
Modalità di
organizzazione del mondo fisico del bambino( ovvero la cura finalizzata al
supporto pratico e logistico dei figli)
Attività di
coinvolgimento emotivo dei figli negli scambi interpersonali
Modalità
utilizzate per aiutare i figli a comprendere il proprio ambiente.
In base a
questa cornice di cura, i genitori assolvono a numerose funzioni genitoriali, che
vengono sinteticamente
riassunte in otto
funzioni.
Funzione
protettiva : include tutti quei
comportamenti con i quali si offrono ai figli risposte ai loro bisogni, in
particolare al bisogno di protezione e sicurezza ( anche fisica) e che si
manifesta con la presenza del genitore dentro la casa. Presenza visibile che il bambino deve percepire e che faciliti
sia l’interazione con l’ambiente, sia l’interazione con il bambino stesso. La
funzione protettiva è molto connessa con il legame di attaccamento, che si
sviluppa tra la figura accudente ed il bambino nei primissimi anni di vita. La
percezione di una adeguata funzione protettiva sviluppa la “ base sicura” ( e
quindi un attaccamento sicuro), che permetterà al bambino di sviluppare la
fiducia nell’altro e la convinzione di
poter farci conto, quando è necessario.
Funzione
affettiva: è la capacità di interagire con i figli in maniera
prevalentemente positiva, condividendo con loro emozioni che creano uno stato
d’animo piacevole e sereno. In questo modo si svilupperà
un’
interazione sana con il modo degli
adulti, contribuendo a costruire, per i figli, una dimensione affettiva e
relazionale efficace, che possiamo definire “ il mondo degli affetti” del
bambino.
Funzione
regolativa: è la capacità dei genitori di aiutare i figli a gestire ed
organizzare le loro emozioni e stati interiori. Ciò implica l’abilità di
interpretare i bisogni e gli stati emotivi del bambino, fornire strumenti per
la loro gestione (per esempio come gestite la rabbia o l’eccesso di stimoli),
dare risposte che siano equilibrate ed in sintonia con i suoi bisogni emotivi (
per esempio non essere troppo intrusivi e, nel contempo, essere presenti come
punto di riferimento stabile).
Funzione
normativa: capacità di mettere in atto un sistema di regole flessibile,
creando i presupposti per la futura autonomia de propri figli.
Funzione
significante: indica la capacità
di dare un senso ed un significato a comportamenti, bisogni, gesti del
bambino, creando, da parte de genitori, un contenitore dove le percezioni dei
bambini ( specie neonati) vengono trasformate in pensieri e sentimenti pensati
e strutturati, favorendo lo sviluppo fisico ed interattivo . Un esempio può
aiutare a comprendere meglio questa funzione: se un neonato piange, il
genitore, attivando la funzione significante, non si limita a calmarlo, ma
attribuisce un sento al pianto ( “ hai fame”, “hai sonno” ecc.) e lo
restituisce al bambino attraverso gesti e parole, creando un
significato
condiviso.
Funzione
predittiva: consiste nella capacità genitoriale di prevedere la futura
tappa evolutiva dei figli, in modo da adattare la modalità relazionale con
loro, in base alle nuove esigenze e bisogni (ricordiamo che la
genitorialità è un processo dinamico).
Funzione
rappresentativa e comunicativa: è la capacità dei genitori di saper
comunicare, sia a livello verbale che non verbale con il bambino, in maniera
chiara ed adeguata al suo stadio di sviluppo e riuscire a vederlo come “essere
separato”, con bisogni e aspettative.
Funzione
fantasmatica: E’ l’abilità
genitoriale di accogliere il bambino nelle proprie fantasie, creando così un
contenitore dove il bambino stesso può proiettare e pensare le proprie
emozioni. Il confronto tra la realtà esterna ed il mondo fantastico aiutano il
bambino a distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è.
I genitori
accolgono i figli nella loro vita fantasmatica, condividendo con il
bambino le loro fantasie, in particolare
quelle relative al “ bambino immaginario “ costruito durante la gravidanza e su
cui avevano fantasticato ed “il bambino reale”, ovvero il figlio in carne ed
ossa che nasce e con il quale i genitori devono attivare un percorso di
conoscenza reciproca, che consenta di colmare la differenza tra ciò che era
immaginato e ciò che è reale. Il passaggio, da parte dei genitori, dal bambino
fantasticato al bambino reale e l’accettazione di quest’ultimo è fondamentale
per una sana genitorialità e per la formazione dell’identità del bambino
stesso. Infatti, staccandosi dalle aspettative e dalle proiezioni sviluppate
nella fase del “bambino immaginario”, i genitori accettano il figlio reale, con
la sua specificità.
Funzione
triadica : è la capacità dei genitori di creare, tra di loro, un’
alleanza cooperativa, basata sul rispetto ed il sostegno reciproco. Includendo
il figlio nella loro relazione ed offrendogli uno spazio condiviso, che lo
aiuta a svincolarsi da un rapporto simbiotico con uno dei genitori, viene
favorito il processo di crescita e di sviluppo del bambino.
Funzioni
genitoriali, separazione e mediazione familiare

Molto spesso
la separazione viene vissuta come un fallimento e, soprattutto nella fase
iniziale, crea nella coppia confusione e disorientamento. E’ in questo momento
di sofferenza e di ristrutturazione delle proprie esistenze divise, che viene
chiesto ai genitori uno sforzo –ed il relativo impegno- affinchè essi possano
garantire ai figli ciò che per essi è un bene prezioso, ovvero la continuità
della presenza dei genitori, la loro vicinanza affettiva, il loro sostegno
educativo, anche quando questi non vivono più insieme. L’intervento riparativo
della mediazione familiare non è certo semplice, specialmente all’inizio,
tuttavia si pone due obiettivi di fondo:
la creazione
di uno spazio protetto e “mediato” da un professionista, dove sia possibile
rielaborare il lutto affettivo ( perché è così che, quasi sempre, viene vissuta
la separazione) e, contemporaneamente, l’attivazione e la stimolazione delle
risorse interne, che ciascuno possiede, mettendo in
campo le
naturali potenziali umane di rigenerazione e di costruzione di nuovi modelli
comunicativi.
Tuttavia, all’interno della mediazione,
esiste un altro ambito di competenza, che riguarda le funzioni genitoriali.
Come abbiamo
visto, la separazione comporta un disorientamento iniziale molto profondo e la
coppia vive forti emozioni , tra le
quali, spesso, domina la rabbia, perché ciascuno di loro tende ad incolpare
l’altro del loro fallimento progettuale
e, di conseguenza, viene attivata una forma di conflitto disruttivo e
destabilizzante. La maggior parte dei genitori, che sceglie di compiere un
percorso di mediazione, lo fa per definire e stabilizzare le nuove regole
riguardanti i propri figli, in relazione ai tanti cambiamenti che fanno seguito
alla separazione. Purtroppo, in questa
fase fortemente conflittuale, i figli possono diventare l’oggetto di una
aspra contesa, la motivazione per incrementare lo scontro, insomma, anche se
spesso inconsapevolmente, i genitori, tramite i loro stessi figli, attivano una
vera e propria guerra per procura.
E’ in questo
contesto di fragilità emotiva che le funzioni genitoriali possono essere
sottovalutate e, in un certo senso, “ messe da parte”. Riattivare completamente
queste funzioni diventa compito del mediatore. Tra le funzioni più compromesse,
durante la fase aspramente contestuale, possiamo citare la
funzione protettiva. Infatti la separazione crea una falla nello
spazio condiviso, che può portare ad una
riduzione, da parte del bambino, della percezione della presenza genitoriale,
soprattutto se i genitori non sono collaborativi e fanno difficoltà ad
adattarsi loro stessi alla nuova modalità
di spazio e tempo. Questo può, quindi, indebolire, nel bambino, la percezione
del genitore protettivo, che dà aiuto e sostegno, creando reazioni di
ribellione, di triangolazione con uno dei due genitori, difficoltà di
adattamento, che a loro volta contribuiscono ad accentuare il conflitto
genitoriale ( per esempio se un bambino oppone resistenza ai nuovi orari
programmati, ciò può essere utilizzato dai genitori stessi per colpevolizzarsi
a vicenda).
Un’altra
funzione che può essere compromessa è quella
affettiva, non certo nel senso dell’attivazione di carenze
di amore o di cura, ma in quanto può essere intaccato quel “mondo degli
affetti” che il bambino ha strutturato grazie all’interazione, tra lui ed i genitori , di sentimenti ed emozioni carichi di
positività, condividendoli con loro. Una eccessiva conflittualità genitoriale
può infatti interrompere questa condivisione, che è una delle basi della
funzione affettiva , che i genitori , se si fanno travolgere in
maniera eccessiva dalle loro emozioni personali, rischiano di compromettere. Anche
la
funzione comunicativa può subire
una battuta di arresto quando per i
genitori diventa difficile esprimere, tra loro stessi , una comunicazione
efficace e rispettosa. Il bambino, il “grande assente” nel processo di
separazione, rischia di non trovare più nei genitori quella capacità
comunicativa di cui ha bisogno, essendo messi a rischio, in questa fase
disorganizzata, gli scambi interattivi, costituiti da messaggi chiari ed
adeguati al suo sviluppo.
Infine, e non
ultima per importanza, anche la
funzione triadica
può essere compromessa. Nel momento in cui il conflitto della coppia
genitoriale si manifesta in forma distruttiva viene meno, ovviamente, quella
capacità da parte dei genitori di avere
tra di loro un’alleanza cooperativa, basata sul sostegno e sul rispetto
reciproco.
Un ‘alleanza
che include il proprio figlio in uno spazio condiviso, favorendone lo sviluppo
e la crescita, oltre che impedendo la
creazione di un rapporto simbiotico con uno dei genitori. Per questo possiamo dire che, compromettendo
questa funzione, si può aprire la strada a situazioni di triangolazioni ad
alleanze tra il figlio ed uno dei due genitori, con il risultato non solo di
inasprire il conflitto, ma anche di creare un grave danno nel bambino che, alleandosi con un genitore, viola il “patto di
lealtà” con l’altro, con conseguente senso di colpa ed una lacerazione
interiore, che può diventare una vera e propria” ferita dell’anima”.
Come potete
vedere quindi la coppia genitoriale, durante la separazione e nel percorso di
mediazione familiare può attraversare molte criticità in relazione alle loro
funzioni. Ciò è causato, prevalentemente, dal forte livello di conflittualità
che viene esperito e che non consente una visione lucida, che consenta di
separare il vissuto di coppia affettiva ( ed il relativo lutto per la perdita)
dalla dimensione genitoriale che, paradossalmente, viene utilizzata per mantenere
vivo il conflitto.
Il primo
compito del mediatore sarà, quindi, quello di aiutare la coppia a
ridimensionale il conflitto in corso, attivando nuovi canali di comunicazione,
innanzi tutto basati sull’ascolto reciproco, sul rispetto, sulla cooperazione.
In questo modo la coppia potrà iniziare ad uscire dalla modalità
autoreferenziale ed a collocarsi in un approccio di reciprocità, recuperando a
pieno le funzioni genitoriali compromesse che, un a volta riattivate, diventano
una risorsa preziosa per il loro percorso.
Bibliografia
Gian Luigi
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Le funzioni della genitorialità, Associazione Genitorialità, 2006
Jonh
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Attaccamento e perdita, Torino, Boringhieri, 1983
Lisa
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La mediazione familiare, Gardolo, Ed. Erikson, 2006
Alessandra
Stellini,
La funzione genitoriale,
Raffaello Cortina Editore, 2024
Dott.ssa Evita Raffaelli
Consulente psicosociale, consulente familiare e di coppia
Mediatrice familiare
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